laboratori creativi con i bambini ospiti dell'orfanotrofio di Tuzla, Bosnia Hercegovina
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Nome: hannah cristina scaramella
pittrice e arte terapeuta, il blog è nato nei due anni da poco conclusi di vita e lavoro in Bosnia Hercegovina
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prima parte
Se guardo nei Tuoi occhi trovo il coraggio
La tua luce sveglia la mia forza
di Combattere per me e per te, di Credere, di Amare in mezzo all’odio, di Vivere in mezzo ai morti
Se Ti porto con me mi alzo presto al mattino,
mi nutro di un solo boccone e riprendo il cammino in salita fino a sera,
non sento la fame, la stanchezza
Lo faccio per noi Fratello: col mio sudore distillo l’Essenza e la consegno al vento, che solo lui può ridarla al mondo
foto: il quartiere Miladije a Tuzla
Prima parte:
SARAJEVO
Due anni fa, proprio in questo stesso periodo, poco prima della festa di Rosh Ha-Shanà (il capodanno ebraico) sono andata a Sarajevo a cercare un violino per Mirarn (nel post del 9 luglio su Srebrenica ho raccontato la sua storia e quella del suo violino che non c'è più) . L’ autobus di linea da Tuzla ci impiega tre ore e mezza, tutte di salite e discese tra montagne e paesaggi bellissimi. Ai due lati dell’unica strada che unisce le due città si incontrano ancora tanti campi e boschi minati, pochissime le segnaletiche che ne danno notizia. In genere la gente del posto conosce dove si nasconde il pericolo, ma nonostante questo le vittime delle mine sono decine ogni anno, soprattutto bambini.
La mia prima meta è la comunità ebraica di Sarajevo. La sinagoga e la sede dell’associazione di beneficenza “Benevolenzia” sono sulle rive della Miljacka, al confine tra i quartieri di Skenderija e Bistrik, nella zona centrale della città. Qui, poco distanti l’uno dall’altro, si vedono i luoghi di preghiera di quattro diverse religioni. “È raro. Un luogo mussulmano, due cristiani, uno ebraico. A un centinaio di metri uno dall'altro. Non esiste in nessuna altra parte del mondo” , scrisse un secolo fa un grande viaggiatore dopo la sua visita a Sarajevo .
La comunità ebraica di Sarajevo era molto numerosa prima delle deportazioni nell’ultima guerra mondiale, l’ultima drastica riduzione c’è stata con le fughe all’estero durante la guerra negli anni ’90. La Bosnia i Hercegovina conta quattro milioni di abitanti residenti sul proprio territorio e un milione e mezzo di bosniaci che vivono ormai stabilmente fuori dal proprio paese. La comunità ebraica di Bosnia ne ha seguito le sorti, attualmente conta circa trecento persone, che vivono concentrate soprattutto a Sarajevo e a Tuzla, dove non esiste più una sinagoga.
Durante le guerre degli anni ’90 la comunità ebraica è stata l’unico gruppo “etnico” che non ha subito minacce da parte degli altri: erano troppo pochi gli ebrei per interessare a qualcuno, ma abbastanza per riuscire ad organizzare un importante punto di riferimento che ha significato la sopravvivenza per molti cittadini durante i quattro anni di assedio, anni in cui gli abitanti di Sarajevo rischiavano di morire, oltre che per le granate e il tiro dei cecchini, di fame e di freddo.
C’è una trattoria all’interno dei locali della comunità, cibo semplice, allestita in modo essenziale, accogliente come una casa. Durante la guerra tutti quelli che riuscivano a raggiungere questo posto, mussulmani, cattolici, cristiani ortodossi che fossero, potevano avere un pasto, un po’ di farmaci, e nei periodi peggiori, quando la città restava totalmente isolata dal mondo senza acqua ed elettricità, qui si poteva trovare uno dei pochi telefoni funzionanti, e mai nessuno qui dentro chiedeva a chi arrivasse chi fosse o a quale etnia appartenesse. In quegli anni Adriano Sofri ha dettato da qui molti dei suoi articoli per il giornale L’Unità.
Zile è il cuoco della comunità da sempre: era qui a cucinare tutti i giorni anche ai tempi dell’assedio. Parla un italiano perfetto e mi ricorda uno studente dei tempi delle lotte universitarie un po’ invecchiato, ha i capelli bianchi e lunghi e dei bei baffi folti, è lui ad accogliere gli ospiti, mentre mi parla mi guarda fisso e dritto con i suoi occhi di ghiaccio. Mentre mangio noto una donna seduta al tavolo a fianco, mi colpisce il suo sguardo, è caldo, umido e stretto in fondo da un morso straziante. Osservo la delicatezza e la cura dei suoi gesti, della sua pelle, i suoi abiti semplici ma molto curati. Ci sorridiamo, lei si avvicina e mi chiede da dove vengo, allora inizia a parlare italiano. È sottile come un giunco, ma sento in lei la forza di un albero antico, mi dice che è stata deportata ad Auschwitz ed è l'unica sopravvissuta della sua famiglia, parla perfettamente sette lingue. Ha una luce negli occhi che non potrò mai dimenticare, acuta come un raggio di luce all’alba, ma che allo stesso tempo sembra nascere da un luogo remoto e abissale. Quel giorno quella donna è stata per me la prova vivente di come ne gli anni o l’età avanzata e ne le peggiori umiliazioni a volte riescono a piegare la bellezza e un certo essere nobili dentro.
Esco dall’edificio della comunità e non ho la minima idea di dove andare a cercare il violino, ma la cosa non mi preoccupa affatto. Amo questa città come pochissime altre in cui ho vissuto o che ho visitato, tra queste strade ho la mente lucida e il passo sicuro, sento un’ispirazione profonda, e forse non sono la persona più indicata per descriverle Sarajevo con un po’ di obiettività, ammesso che sia possibile. In questa città, più che a Istanbul, sono fusi insieme l’oriente e l’occidente. Il vecchio e bellissimo quartiere delle botteghe artigiane d’epoca ottomana è circondato dagli edifici costruiti durante l’impero austroungarico, che qui assumono uno stile che si fonde con quello arabo. Risale a quell’epoca la grande biblioteca che conteneva migliaia di testi antichissimi, e che rappresentava un patrimonio inestimabile sulla storia dei balcani, un edificio imponente che dopo essere stato bombardato dalle milizie ćetnike ha bruciato per giorni: milioni di libri andati in fumo. La volontà era sempre la stessa: distruggere la multietnicità di questo paese, compresa la sua storia scritta.
La mia ispirazione quel giorno doveva essere di un genere speciale, perché uscendo dalla sinagoga dopo pochi metri mi sono trovata di fronte ad un grande negozio di strumenti musicali. Avevo 450 marchi bosniaci in tasca, che corrispondono più o meno a 225 euro. All’interno del negozio trovo due uomini molto gentili che parlano inglese, mi mostrano alcuni violini nella vetrina, parliamo per un po’, gli dico quanti soldi ho in tasca. Allora vanno a prendermene uno nel retrobottega che guardo disteso sul tavolo, sembra luminoso e vivo e ha un'aria seria e umile. Mi spiegano cose che da profana non capisco, ma sento che posso fidarmi e aggiungendo la spesa per le corde, la custodia e il poggia spalla, la cifra è esattamente la stessa che ho con me. In silenzio e con cura uno dei due uomini chiude il violino nella custodia e me lo consegna, sollevo l’oggetto e per un attimo mi attraversa un pensiero che mi gela il sangue. È verde la custodia, dello stesso identico verde delle bare in cui vengono conservate le poche ossa ritrovate degli uomini uccisi a Srebrenica, ed è leggera come un uccellino, così come sono leggere le bare di quel massacro che contengono più aria che materia. Penso al padre di Miran laggiù a Srebrenica, lo immagino con il figlio bambino, li vedo suonare insieme uno di fronte all’altro. La musica non ha peso, effimera come l’aria attraversa tutto e arriva in fondo, accende le scintille che vuole lei e non si può resistergli. In questa poca materia di legno nascosta in una minuscola bara sto portando con me un piccolo risarcimento all’orrore di uno scempio smisurato, il violino di Miran, leggero come le ossa di suo padre e la loro musica.
Nella prima foto: vista di Sarajevo, la Biblioteca è l'edificio visibile dietro il minareto
Seconda foto: un particolare della Biblioteca
Seconda parte:
Musica dal Vuoto
Le brutalità di una guerra, e in modo simile anche le violenze domestiche, lasciano segni devastanti e incancellabili in chi li ha conosciuti.
Resta un dolore dilaniante che al momento in cui l’orrore si compieva nessuno ha visto, ascoltato e condiviso, sentimenti che nascono dal terrore, dal sopruso e dall’umiliazione. Esperienze in cui ognuno è solo, disperatamente solo, anche quando altri vicino a noi stanno vivendo la stessa terribile esperienza, ciò che viviamo in quei momenti è incondivisibile e resta inabissato e isolato nell’anima e nella mente per tutta la vita.
Li si sente camminando per le strade di Srebrenica quei sentimenti inesprimibili, li ho visti negli occhi dei sopravvissuti, in quelli dei bambini con i quali ho lavorato. Ho tentato più volte di sfidare con le parole quel marasma di percezioni e di sentimenti, di dare loro una forma che potesse rappresentarli, ma resta sempre in fondo qualcosa che sento sfuggire a qualsiasi definizione, e che ogni volta che tento di dargli parola si ritrae offeso e si eclissa ingoiato in un limbo oscuro.
Ho conosciuto quel dolore personalmente, non è solo “materiale clinico” per me, ma vita vissuta.
Piera Sonnino, sopravvissuta ad Auswitz lo descive così: “..qualsiasi cosa dicessi di quel tempo non avrebbe senso tradotto in parole, sarebbe un esile ombra di quella realtà. Lo ruberei a me stessa, a ciò che è mio, disperatamente soltanto mio.” *
Ma se l’orrore, il dolore, l’umiliazione non possono essere restituiti in forme o parole, il silenzio e il vuoto che restano possono essere accolti e ascoltati.
Adesso so che il mio lavoro più significativo in quel paese di strazio è stato accogliere e ascoltare quei sentimenti di vuoto, quei silenzi, quelle parole impossibili, sentirli con tutta me stessa donando a coloro ai quali sono stata vicina la mia presenza muta, ma viva e profondamente partecipe.
Ho viaggiato in bus percorrendo il cuore della Bosnia in compagnia di un violino silenzioso che aspettava il suo musicista rimasto muto dal giorno dell’orrore.
Quando sono arrivata a Srebrenica Miran di fronte al suo nuovo violino è rimasto a lungo sgomento, senza parole, con le mani e la bocca tremanti e un tumulto di emozioni contrastanti e inesprimibili che lottavano dentro di lui.
Per lui è stato come trovarsi di fronte ad un fantasma: non riusciva a capacitarsi di averlo lì tra le sue mani il suo violino. Sono rimasta seduta di fronte a lui per quasi un’ora prima che potesse iniziare a credere a ciò che vedeva, ed è riuscito a suonarlo solo la sera a casa, da solo e poi in presenza della madre e del fratello. Quel giorno era la festa di Baijram, il giorno della fine dei trenta giorni di digiuno, la ricorrenza più importante per i mussulmani.
Quella sera Miran ha inviato un messaggio pieno di gioia a tutti gli amici italiani che avevano contribuito all’acquisto del violino, ma non era solo gioia quella che ha sentito. Insieme al violino gli ho consegnato uno strumento che conteneva tutto il vuoto e il dolore terribile della perdita di suo padre, dell’orrore della distruzione della sua città, della sua casa e di tanti parenti e amici. Insieme alla gioia di poter di nuovo suonare attraverso quel violino è riaffiorato dal fondo del suo abisso anche lo strazio di ciò che è andato perduto per sempre e che non ha risarcimenti possibili.
Provo a immaginare Miran e i primi suoni usciti da quel violino, li sento come un urlo pieno di vita e di strazio, stridenti, inarticolati, inascoltabili, come le parole impossibili per dire il dolore, e immagino nascere una musica nuova in mezzo a quei suoni strazianti, sconosciuta a lui stesso, che prende forma tra le mani di Miran passando attraverso il corpo di quel violino umile, che si piega ubbidiente e grato al suo strazio e alla sua gioia.
*PIERA SONNINO, QUESTO È STATO, MILANO, IL SAGGIATORE 2004
Hans Hartung, senza titolo 
Un amico mi ha scritto:
Si può chiedere ad un artista di “spiegare” la propria opera?
Un amico in gamba, perché la domanda è posta in modo intelligente, penso che quel “si può chiedere” sia fondamentale. Si dice che l’artista non è il miglior interprete della propria opera, e forse è vero. Però penso che l’artista deve parlare del proprio lavoro, perché parlarne significa assumersi la responsabilità di quello che fa, ma non è detto che ciò che dice l’artista sia davvero chiarificatore circa gli interrogativi che nascono negli osservatori, forse a volte apre solo dubbi ancora più grandi…
Io penso che il problema è che non siamo stati educati a “guardare” senza il filtro dell’estetica classica, di origine greca per dirla in breve. Non sappiamo osservare ascoltando quello che ci comunicano emotivamente le forme, i colori, i segni, la luce, a mettere semplicemente in comunicazione gli occhi e l’anima senza giudizi legati a strutture mentali. L’arte astratta ci costringe a perdere i riferimenti estetici comunemente condivisi, e senza quelli a volte ci sentiamo persi...
Il primo ostacolo al fatto di spiegare è che mentre dipingo non so mai quello che faccio, e spesso neanche dopo… Voglio dire che mentre dipingo il pensiero razionale non ha un ruolo predominante e la cosa che rende significativa per me quell’esperienza è la complicità che in quei momenti si crea tra il corpo, lo stato emotivo, l’anima e il pensiero. È una cooperazione tra pari quella che produce le forme sulla tela, all’unisono, in cui è il corpo casomai ad avere un ruolo fondamentale: sta alle mani, agli occhi e al gesto il compito della sintesi delle percezioni emotive, dei sensi e dell’anima. Per me la pittura è prima di tutto un’azione del corpo ed ha una carica sensuale fondamentale.
È una sorta di bisogno fisiologico, una forma di “espulsione”, in poche parole non posso farne a meno, mi è indispensabile così come mangiare e andare in bagno, è stato così fin da bambina. È una forma di piacere che non può essere paragonata a nessun’altra. Non voglio dire che è migliore di altre forme di piacere, ma che è diversa… ha qualcosa in più.
Anche a se spesso disegno o dipingo in modo più o meno realistico, è la pittura astratta quella che preferisco perchè mi permette una forma di libertà sulla quale poteri scrivere a lungo, troppo a lungo per un post..
Forse per me dipingere è l’unico modo per dare forma al mio sentire e di conoscerlo io stessa, ed è vero che gli artisti sono dei tormentati e dei visionari, o almeno io a questo punto della mia vita so con certezza di esserlo, e lo sono pure tutti gli artisti che conosco.
Spesso i miei lavori non hanno titoli perché li sento riduttivi, o forse la mia è solo mancanza di coraggio, in ogni caso a volte resto molto sorpresa da quello che gli altri mi raccontano di sentire/vedere nei miei quadri, e attraverso ciò che gli altri mi raccontano conosco cose che da sola non avrei mai potuto scoprire, e che erano lì in qualcosa che ho creato io... Credo che la ricchezza dell’arte, di ogni forma d'arte, stia nel potere di rivelare i segreti dell’animo umano senza violarli, di parlare la lingua dell’anima ad ognuno di noi secondo se stesso.
Non credo di aver esaurito l’argomento, ci sarebbe ancora molto da dire…. Ma forse sarebbe più interessante se io rispondessi a delle domande, quindi chi volesse farmene è benvenuto.
Anzi benvenutissimo, si può dire?

Le immagini di questo post e di quelli precedenti sono miei lavori (escludendo quelle dei post che riguardano il lavoro con i bambini in Bosnia)
Le foto sono di un fotografo professionista: Massimo Agus
Ancora in autobus, parto la mattina presto da Tuzla: vado in Italia. Dovrò cambiare diversi mezzi di trasporto per arrivare a Trieste/Trst. Domani, quando arriverò, mi aspetta una giornata di lavoro di supervisione con una psicoanalista di origine argentina che stimo moltissimo e che mi accoglie sempre come una persona di famiglia. Uno sguardo esterno prezioso il suo, sensibile, umile, pieno di esperienza. La supervisione è cosa indispensabile per un terapeuta, specie se lavora con i traumi come nel mio caso.
Tuzla è nel cuore della Bosnia Herzegovina, il nome viene dalla parola turca tuz: sale in italiano. I primi insediamenti umani sono nati dalle estrazioni di sale al tempo della dominazione romana. Milioni di anni fa lì dove adesso sorge la città c’era il mare, sale profondo quello di Tuzla, che per essere estratto necessita di scavi. Sotto il dominio ottomano gli scavi di sale hanno reso Tuzla ricca e famosa. Era una delle più belle città dei Balcani fino alla seconda metà dell’ottocento, quando ha iniziato a sprofondare nello stesso sale che l’aveva resa ricca e fiorente. La parte più antica della città è stata abbattuta e ricostruita dopo un grande lavoro di rinforzo del terreno, e della vecchia e bellissima Tuzla ottomana restano solo poche incisioni d’epoca.
Mi domando quale dei due sensi di marcia, se verso Rijeka-Trieste o verso Tuzla, significhi per me “tornare”. Domanda stupida, la risposta è: nessuno dei due ed entrambi. In fondo in questo periodo della mia vita il momento del transito, sul sedile dell’autobus, è l’unico durante il quale percepisco un grado accettabile di stabilità fisica. Non le ho le radici, in nessun luogo. Per quanto abbia tentato più volte di convincermi a radicarmi in un posto non c’è niente da fare.
Guardo dal finestrino del bus la terra che fugge, le strade e le case che ancora sudano disperazione. Penso a quanti profughi in fuga hanno percorso prima di me questa stessa rotta tra Tuzla e Rieka, gente che aveva perso tutto quello che rende significativa e stabile l’esistenza e il senso dell’identità.
Pochi chilometri lontano da Tuzla la terra è lacera, grandi masse scure rivoltate a pancia in su sembrano esplose dall’interno, chilometri di campi incolti, sullo sfondo un lungo groviglio di cespugli in apparenza secchi e grigi. Li accarezzo con gli occhi e intravedo un bagliore rosso sull’orlo dei rami più sottili percorrere tutta la parte più tenera. Gemme della rinascita, piccole luci rosse di vita.


