laboratori creativi con i bambini ospiti dell'orfanotrofio di Tuzla, Bosnia Hercegovina

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Utente: feritinvisibili
Nome: hannah cristina scaramella
pittrice e arte terapeuta, il blog è nato nei due anni da poco conclusi di vita e lavoro in Bosnia Hercegovina

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martedì, 24 novembre 2009
Vittime e carnefici


seconda parte

Tra le vittime che non parlano ci sono molti nostri padri. Anche loro spesso hanno subito maltrattamenti e umiliazioni simili a quelli di cui fanno oggetto i propri figli, anche loro in molti casi hanno conosciuto umiliazioni inconfessabili, è un ciclo che si ripete...

C'è una cosa che ho capito fino in fondo solo in Bosnia: la mia paura di dire tutta la verità, di parlare anche di fronte a me stessa fino in fondo dei miei vissuti, e la paura di dire è comune a tutti noi anelli di quelle catene di generazioni ereditarie di paure e sopprusi.

Non è solo perchè nessuno vuole ascoltare il nostro orrore che non possiamo parlarne. Siamo così umiliati e sconfitti che noi per primi non crediamo a noi stesssi. Comunicare e condividere un'esperienza richiede un senso di continuità tra emozione, pensiero e  parola, un legame andato in pezzi nelle vittime di violenza. I sentimenti sono dominati da una paura e un'angoscia insopportabili, dai quali la psiche si difende con i meccanismi di scissione,  quei fili sottili e potenti che legano tra loro i nostri sensi e la mente, che rendono fluide e complete le nostre esperienze di vita vengono recisi per necessità di sopravvivenza psichica, e il pensiero, la memoria, il corpo, le emozioni diventano mondi internamente separati. Un traumatizzato non sa parlare, e in ogni caso gli sarebbe necessario un tipo di ascolto molto particolare.

Ma osserviamo il silenzio a proposito di ciò che abbiamo subito anche per vergogna di noi stessi: ci siamo assoggettati passivamente alle umiliazioni e ai sopprusi e abbiamo ribrezzo del nostro senso di impotenza di cui segretamente ci sentiamo colpevoli.
Un'altro dei motivi profondi, anch'esso inconsapevole,  che riconosco in me e che spingono a tacere molti tra noi traumatizzati, è proteggere i nostri carnefici. Hanno avuto totale padronanza sulla nostra vita mentre non potevamo difenderci da loro, hanno acquisito un potere immenso su di noi rendendoci impotenti, noi siamo diventati «niente» e restiamo preda del loro potere. Mentre subivamo i sopprusi i nostri persecutori si garantivano il sigillo del nostro silenzio spezzandoci l'anima fino nel luogo più profondo di noi stessi, lì dove alberga la dignità umana e da cui nasce la fiducia in sè stessi e negli altri. Sigillati nel silenzio siamo costretti alla complicità, e spesso a continuare il ciclo della catena: siamo dominati dalla rabbia, dall'odio e spesso dal desiderio di ribaltare la nostra condizione di vittime impotenti in quella di persecutori.

È una condanna e non siamo liberi di dimenticarcela. Solo se abbiamo la forza di sfidare noi stessi fino in fondo la nostra dannazione può diventare una ricchezza inestimabile. Possiamo comprendere il dolore meglio di chiunque altro, imparare a perdonarci e a perdonare (che è diverso dal giustificare..),  ad avere profonda cura, amore e attenzione per noi stessi e per gli altri.

Mi è stata consegnata un'eredità crudele, ma posso avere padronanza di me stessa adesso e ho deciso di interrompere il ciclo di terrore e violenza ed essere l'ultimo anello della catena alla quale appartengo. Ho iniziato a sfidare la mia condanna già da tempo, ma sò che dovrò continuare a tenerle testa per tutta la vita, anche se in modo sempre meno drammatico. Lavorare con i bambini di Bosnia ha significato continuare la mia sfida offrendo la mia esperienza ai bambini, piccoli anelli inconsapevoli di catene di eredità di orrori.



Postato da: feritinvisibili a 21:53 | link | commenti (4)
sopravvivere

mercoledì, 18 novembre 2009
Vittime e carnefici

VITTIME E CARNEFICIprima parte

La sera aspettavo in preda all'angoscia il momento in cui sarebbe rientrato.
Non ricordo quanti anni avevo quando iniziai ad essere coscente del pericolo, in ogni caso sono diventata molto presto lo strumento su cui scaricava tutta la sua rabbia folle. Era mio padre ed io vivevo dominata da un sentimento costante di rabbia e terrore, era una bestia, e non so in quale altro modo definire un uomo che umilia e massacra di botte quella che crede essere, nel ristretto cerchio familiare, la persona più indifesa. Umiliava costantemente tutti, compresa mia madre e mio fratello, ma le percosse violente, i calci e i pugni erano riservati a me.
Un giorno una ragazzina dell'orfanotrofio in Bosnia mi ha spiegato perché: "certo che picchiano noi figlie: se picchiassero i nostri fratelli quelli da grandi gliele ridarebbero"
C’era un'altra bambina a Tuzla, nel gruppo di arte terapia che conducevo con gli adolescenti, che non smetteva mai di guardarmi fissa negli occhi per tutto il tempo che passavamo insieme nel laboratorio. Il suo sguardo era intenso, pieno di desolazione, rabbia, disperazione; a turno uno di questi sentimenti prevaleva sull'altro. A volte mi guardava soprattutto con odio, lo indirizzava verso di me con fermezza, con occhiate pungenti, di fuoco. Altre volte era il dolore che dominava la sua espressione, ma che non rivolgeva mai verso di me, il dolore  restava dentro di lei, lo leggevo nei suoi occhi, ma non era a me che lo consegnava. Quel dolore non poteva consegnarlo a nessuno, era una voraggine nella quale precipitava sola, a nessuno poteva chiedere di accompagnarla in quell'inferno, là dentro era sempre stata sola. Solo la rabbia poteva essere diretta verso l'esterno: nessuno era mai soccorso in suo aiuto mentre subiva i maltrattamenti dal padre e, nella sua percezione,  il mondo intero e noi tutti in quanto umani l'avevamo tradita.
Continuavo ad avere il suo sguardo addosso anche durante il giorno e per tutta la settimana. Non era un incubo paranoico: avevo deciso di tenere vivo nel pensiero il suo sguardo, perchè i suoi occhi mi conducevano in luoghi dentro di me dove mi era estremamente difficile e penoso soggiornare a lungo e dai quali in genere trovavo sempre il modo di fuggire.
Il suo sguardo mi accompagnava a far visita alle mie ferite, e le mia responsabilità verso di lei, verso tutti i bambini con i quali lavoravo, non mi lasciava via d'uscita: dovevo esplorarne sempre più a fondo tutti gli angoli più disgustosi.
Ho deciso di iniziare di provare a parlare, anche per chi ancora non può farlo.


Postato da: feritinvisibili a 08:24 | link | commenti (14)
sopravvivere

giovedì, 12 novembre 2009
Tuzla 13 marzo '08

3COLORI
Se guardo nei Tuoi occhi trovo il coraggio 
La tua luce sveglia la mia forza 
di Combattere per me e per te, di Credere, di Amare in mezzo all’odio, di Vivere in mezzo ai morti
Se Ti porto con me mi alzo presto al mattino,
mi nutro di un solo boccone e riprendo il cammino in salita fino a sera,
non sento la fame, la stanchezza 
Lo faccio per noi Fratello: col mio sudore distillo l’Essenza e la consegno al vento, che solo lui può ridarla al mondo


Postato da: feritinvisibili a 10:31 | link | commenti (13)
sopravvivere

venerdì, 06 novembre 2009
Nati nel carbone

MILADIJE, TUZLA                foto: il quartiere Miladije a Tuzla

Odore di carbone, odori memoria. Un amico mi ha appena ricordato l’odore di carbone che impregna l’aria di Tuzla d’inverno, è stato fatale: uno zoom veloce come un lampo di luce e in un attimo sono tornata anima e corpo nella mia casa in Bosnia, nelle strade della città e la realtà, il presente, sono svaniti in un secondo.
L’olfatto e la mente devono essere annodati da un filo strettissimo, e in questo caso non è stato neanche necessario che l’odore toccasse le mie narici, è bastato solo nominarlo.  
Credo che tutti i nostri sensi siano strettamente annodati alla mente. Ma nella mia esperienza una certa luce o un contatto della pelle evocano vapori di ricordi come lontani bagliori di cui l’origine resta misteriosa, e forse sono memorie primitive, di tempi lontani e in cui eravamo ancora privi della coscienza di noi stessi.
Lo psicoanalista Christopher Bollas nel suo “L’Ombra dell’Oggetto”, sostiene che il luogo (o i luoghi) in cui siamo nati o vissuti nei primi anni di vita, come pure il genere di contatto che ci forniva nostra madre, hanno forgiato il nostro senso estetico e l’intensità delle nostre percezioni.  Certo, abbiamo caratteristiche individuali innate, ma che nel corso del nostro sviluppo si formano e si consolidano nell’incontro con ciò che ci offre il mondo esterno.

Certe passioni nascono più forti di qualsiasi volontà, e a quelle possiamo solo umilmente obbedire. E quelle passioni ogni tanto ci mettono di fronte alle più grandi sfide, quelle che ci chiedono tutto il nostro coraggio, anche quello che non sappiamo di avere. Ho ceduto, dopo lunghe e tenaci resistenze, a molte di quelle passioni e solo dopo avergli ubbidito ho scoperto di poter amare senza riserve, e di non avere altro in fondo di importante da fare in questa vita che non sia continuare ad imparare ad amare, e non parlo solo dell’amore verso la persona di cui siamo innamorati.
Sono andata a lavorare in Bosnia ubbidendo al richiamo della memoria antica di una tenebra e con la quale ho contratto un debito che è per me come una circoncisione dell’anima, tenebra che è stata dono e condanna. Forse il mio è un bisogno inarrestabile di risarcimento e di riscatto da quella tenebra e non posso fare a meno di misurarmici continuamente, di combattere per non lasciare che risucchi dentro di se e annienti le nostre vite, la bellezza e la forza, la mia e quelle di quelli che mi somigliano nella dannazione.
Ed è stato imparando a prendermi cura dei dannati, dei miei simili, che ho trasformato la mia condanna in dono e ho trovato dentro di me un bene prezioso: un amore di fuoco, nato dal carbone che resta nel corpo e nell’anima di chi ha viaggiato nel buio di una tenebra.

Postato da: feritinvisibili a 15:00 | link | commenti (10)

mercoledì, 28 ottobre 2009
STORIA DI UNA MUSICA IN VIAGGIO




SARAJEVOPrima parte:

SARAJEVO

Due anni fa, proprio in questo stesso periodo, poco prima della festa di Rosh Ha-Shanà (il capodanno ebraico) sono andata a Sarajevo a cercare un violino per Mirarn (nel post del 9 luglio su Srebrenica ho raccontato la sua storia e quella del suo violino che non c'è più) . L’ autobus di linea da Tuzla ci impiega tre ore e mezza, tutte di salite e discese tra montagne e paesaggi bellissimi. Ai due lati dell’unica strada  che unisce le due città si incontrano ancora tanti campi e boschi minati, pochissime le segnaletiche che ne danno notizia. In genere la gente del posto conosce dove si nasconde il pericolo, ma nonostante questo le vittime delle mine sono decine ogni anno, soprattutto bambini.
La mia prima meta è la comunità ebraica di Sarajevo. La sinagoga e la sede dell’associazione di beneficenza “Benevolenzia” sono sulle rive della Miljacka, al confine tra i quartieri di Skenderija e Bistrik, nella zona centrale della città. Qui, poco distanti l’uno dall’altro, si vedono i luoghi di preghiera di quattro diverse religioni. “È raro. Un luogo mussulmano, due cristiani, uno ebraico. A un centinaio di metri uno dall'altro. Non esiste in nessuna altra parte del mondo” , scrisse un secolo fa un grande viaggiatore dopo la sua visita a Sarajevo .
La comunità ebraica di Sarajevo era molto numerosa prima delle deportazioni nell’ultima guerra mondiale, l’ultima drastica riduzione c’è stata con le fughe all’estero durante la guerra negli anni ’90. La Bosnia i Hercegovina conta quattro milioni di abitanti residenti sul proprio territorio e un milione e mezzo di bosniaci che vivono ormai stabilmente fuori dal proprio paese. La comunità ebraica di Bosnia ne ha seguito le sorti, attualmente conta circa trecento persone, che vivono concentrate soprattutto a Sarajevo e a Tuzla, dove non esiste più una sinagoga.
Durante le guerre degli anni ’90 la comunità ebraica è stata l’unico gruppo “etnico”  che non ha subito minacce da parte degli altri: erano troppo pochi gli ebrei per interessare a qualcuno, ma abbastanza per riuscire ad organizzare un importante punto di riferimento che ha significato la sopravvivenza per molti cittadini durante i quattro anni di assedio, anni in cui gli abitanti di Sarajevo rischiavano di morire, oltre che per le granate e il tiro dei cecchini, di fame e di freddo.
C’è una trattoria all’interno dei locali della comunità, cibo semplice, allestita in modo essenziale, accogliente come una casa. Durante la guerra tutti quelli che riuscivano a raggiungere questo posto, mussulmani, cattolici, cristiani ortodossi che fossero, potevano avere un pasto, un po’ di farmaci, e nei periodi peggiori, quando la città restava totalmente isolata dal mondo senza acqua ed elettricità, qui si poteva trovare uno dei pochi telefoni funzionanti,  e mai nessuno qui dentro chiedeva a chi arrivasse chi fosse o a quale etnia appartenesse. In quegli anni Adriano Sofri ha dettato da qui molti dei suoi articoli per il giornale L’Unità.
Zile è il cuoco della comunità da sempre: era qui a cucinare tutti i giorni anche ai tempi dell’assedio. Parla un italiano perfetto e mi ricorda uno studente dei tempi delle lotte universitarie un po’ invecchiato, ha i capelli bianchi e lunghi e dei bei baffi folti, è lui ad accogliere gli ospiti, mentre mi parla mi guarda fisso e dritto con i suoi occhi di ghiaccio. Mentre mangio noto una donna seduta al tavolo a fianco, mi colpisce il suo sguardo, è caldo, umido e stretto in fondo da un morso straziante. Osservo la delicatezza e la cura dei suoi gesti, della sua pelle, i suoi abiti semplici ma molto curati. Ci sorridiamo, lei si avvicina e mi chiede da dove vengo, allora inizia a parlare italiano. È sottile come un giunco, ma sento in lei la forza di un albero antico, mi dice che è stata deportata ad Auschwitz ed è l'unica sopravvissuta della sua famiglia, parla perfettamente sette lingue. Ha una luce negli occhi che non potrò mai dimenticare, acuta come un raggio di luce all’alba, ma che allo stesso tempo sembra nascere da un luogo remoto e abissale. Quel giorno quella donna è stata per me la prova vivente di come ne gli anni o l’età avanzata e ne le peggiori umiliazioni a volte riescono a piegare la bellezza e un certo essere nobili dentro.
Esco dall’edificio della comunità e non ho la minima idea di dove andare a cercare il violino, ma la cosa non mi preoccupa affatto. Amo questa città come pochissime altre in cui ho vissuto o che ho visitato, tra queste strade ho la mente lucida e il passo sicuro, sento un’ispirazione profonda, e forse non sono la persona più indicata per descriverle Sarajevo con un po’ di obiettività, ammesso che sia possibile. In questa città, più che a Istanbul, sono fusi insieme l’oriente e l’occidente. Il vecchio e bellissimo quartiere delle botteghe artigiane d’epoca ottomana è circondato dagli edifici costruiti durante l’impero austroungarico, che qui assumono uno stile che si fonde con quello arabo. Risale a quell’epoca la grande biblioteca che conteneva migliaia di testi antichissimi, e che rappresentava un patrimonio inestimabile sulla storia dei balcani, un edificio imponente che dopo essere stato bombardato dalle milizie ćetnike ha bruciato per giorni: milioni di libri andati in fumo. La volontà era sempre la stessa: distruggere la multietnicità di questo paese, compresa la sua storia scritta.LA BIBLIOTECA DI SARAJEVO
La mia ispirazione quel giorno doveva essere di un genere speciale, perché uscendo dalla sinagoga dopo pochi metri mi sono trovata di fronte ad un grande negozio di strumenti musicali. Avevo 450 marchi bosniaci in tasca, che corrispondono più o meno a 225 euro.  All’interno del negozio trovo due uomini molto gentili che parlano inglese, mi mostrano alcuni violini nella vetrina, parliamo per un po’, gli dico quanti soldi ho in tasca. Allora vanno a prendermene uno nel retrobottega che guardo disteso sul tavolo, sembra luminoso e vivo e ha un'aria seria e umile. Mi spiegano cose che da profana non capisco, ma sento che posso fidarmi e aggiungendo la spesa per le corde, la custodia e il poggia spalla, la cifra è esattamente la stessa che ho con me. In silenzio e con cura uno dei due uomini chiude il violino nella custodia e me lo consegna, sollevo l’oggetto e per un attimo mi attraversa un pensiero che mi gela il sangue. È verde la custodia, dello stesso identico verde delle bare in cui vengono conservate le  poche ossa ritrovate degli uomini uccisi a Srebrenica, ed è leggera come un uccellino, così come sono leggere le bare di quel massacro che contengono più aria che materia. Penso al padre di Miran laggiù a Srebrenica, lo immagino con il figlio bambino, li vedo suonare insieme uno di fronte all’altro. La musica non ha peso, effimera come l’aria attraversa tutto e arriva in fondo, accende le scintille che vuole lei e non si può resistergli. In questa poca materia di legno nascosta in una minuscola bara sto portando con me un piccolo risarcimento all’orrore di uno scempio smisurato, il violino di Miran, leggero come le ossa di suo padre e la loro musica.

Nella prima foto: vista di Sarajevo, la Biblioteca è l'edificio visibile dietro il minareto
Seconda foto: un particolare della Biblioteca 

Postato da: feritinvisibili a 10:05 | link | commenti (16)
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martedì, 27 ottobre 2009
STORIA DI UNA MUSICA IN VIAGGIO

LA CASA DELLA STREGASeconda parte:

Musica dal Vuoto

Le brutalità di una guerra, e in modo simile anche le violenze domestiche, lasciano segni devastanti e incancellabili in chi li ha conosciuti.
Resta un dolore dilaniante che al momento in cui l’orrore si compieva nessuno ha visto, ascoltato e condiviso, sentimenti che nascono dal terrore, dal sopruso e dall’umiliazione. Esperienze in cui ognuno è solo, disperatamente solo, anche quando altri vicino a noi stanno vivendo la stessa terribile esperienza, ciò che viviamo in quei momenti è incondivisibile e resta inabissato e isolato nell’anima e nella mente per tutta la vita.
Li si sente camminando per le strade di  Srebrenica quei sentimenti inesprimibili, li ho visti negli occhi dei sopravvissuti, in quelli dei bambini con i quali ho lavorato. Ho tentato più volte di sfidare con le parole quel marasma di percezioni e di sentimenti, di dare loro una forma che potesse rappresentarli, ma resta sempre in fondo qualcosa che sento sfuggire a qualsiasi definizione, e che ogni volta che tento di dargli parola si ritrae offeso e si eclissa ingoiato in un limbo oscuro.
Ho conosciuto quel dolore personalmente, non è solo “materiale clinico” per me, ma vita vissuta.
Piera Sonnino, sopravvissuta ad Auswitz lo descive così: “..qualsiasi cosa dicessi di quel tempo non avrebbe senso tradotto in parole, sarebbe un esile ombra di quella realtà. Lo ruberei a me stessa, a ciò che è mio, disperatamente soltanto mio.” *
Ma se l’orrore, il dolore, l’umiliazione non possono essere restituiti in forme o parole, il silenzio e il vuoto che restano possono essere accolti e ascoltati.
Adesso so che il mio lavoro più significativo in quel paese di strazio è stato accogliere e ascoltare quei sentimenti di vuoto, quei silenzi, quelle parole impossibili, sentirli con tutta me stessa donando a coloro ai quali sono stata vicina la mia presenza muta, ma viva e profondamente partecipe.  

Ho viaggiato in bus percorrendo il cuore della Bosnia in compagnia di un violino silenzioso che aspettava il suo musicista rimasto muto dal giorno dell’orrore.
Quando sono arrivata a Srebrenica Miran di fronte al suo nuovo violino è rimasto a lungo sgomento, senza parole, con le mani e la bocca tremanti e un tumulto di emozioni contrastanti e inesprimibili che lottavano dentro di lui.
Per lui è stato come trovarsi di fronte ad un fantasma: non riusciva a capacitarsi di averlo lì tra le sue mani il suo violino. Sono rimasta seduta di fronte a lui per quasi un’ora prima che potesse iniziare a credere a ciò che vedeva, ed è riuscito a suonarlo solo la sera a casa, da solo e poi in presenza della madre e del fratello. Quel giorno era la festa di Baijram, il giorno della fine dei trenta giorni di digiuno, la ricorrenza più importante per i mussulmani.
Quella sera Miran ha inviato un messaggio pieno di gioia a tutti gli amici italiani che avevano contribuito all’acquisto del violino, ma non era solo gioia quella che ha sentito. Insieme al violino gli ho consegnato uno strumento che conteneva tutto il vuoto e il dolore terribile della perdita di suo padre, dell’orrore della distruzione della sua città, della sua casa e di tanti parenti e amici. Insieme alla gioia di poter di nuovo suonare attraverso quel violino è riaffiorato dal fondo del suo abisso anche lo strazio di ciò che è andato perduto per sempre e che non ha risarcimenti possibili.
Provo a immaginare Miran e i primi suoni usciti da quel violino, li sento come un urlo pieno di vita e di strazio, stridenti, inarticolati, inascoltabili, come le parole impossibili per dire il dolore, e immagino nascere una musica nuova in mezzo a quei suoni strazianti, sconosciuta a lui stesso, che prende forma tra le mani di Miran passando attraverso il corpo di quel violino umile, che si piega ubbidiente e grato al suo strazio e alla sua gioia.


*PIERA SONNINO, QUESTO È STATO, MILANO, IL SAGGIATORE 2004

Postato da: feritinvisibili a 10:12 | link | commenti (23)
sopravvivere

lunedì, 26 ottobre 2009
Ancora a proposito di pittura...

hans-hartungHans Hartung, senza titolo

 

Questo post nasce da un intervista di cui ringrazio con tutto il cuore Dormisepolto http://sandroviaggiatore.splinder.com/, che mi ha fatto domande alle quali è stato prezioso rispondere permettendomi di dare parole a pensieri che in molti casi sono nati  solo grazie alle sue domande




Chi è un’artista?

Provo a descriverlo con un’immagine. È una persona con un occhio strabico che vede oltre i confini del reale, oltre le definizioni umane precedentemente stabilite. Quello sguardo è guidato dall’intuito e lo muove in territori oscuri, oltre il pensato. L’artista da senso e forma poetica a ciò che intuisce, crea o ricrea il mondo dando vita e luce a spazi nuovi. Anche Einstain o Freud si possono considerare artisti in fondo, il loro pensiero nasce da intuizioni e da un grande lavoro creativo, ma io penso che ciò che connota l’arte è la totale mancanza di finalità pratica oltre a quella di parlare all’anima attraverso i sensi.
Jean-Michel Folon in un suo acquarello rappresenta l’artista come un funambolo. Nella sua immagine è un piccolo omino sottile che cammina su un lungo filo sospeso nel vuoto impugnando una lunga pertica per tenersi in equilibrio. Come ogni opera d’arte l’acquarello di Folon è pieno di significati e ognuno è libero di trovarvi il proprio, io in quell’immagine vedo l’artista rappresentato come una specie di condannato in una posizione assai scomoda e quella pertica la vedo come la sua arte, senza la quale precipiterebbe.
Infine un altro aspetto importante dell’artista che voglio raccontare con un’altra immagine è di una persona che al centro dell’anima possiede una specie di forno con un fuoco che brucia inarrestabile. Qualcosa di simile alla fucina di un fabbro, o al pentolone di una strega, che chiedono di essere nutriti di materia prima da forgiare. Gli artisti giocano con il fuoco e con la sua distruttività cercando di trasformarla in vita e non hanno scelta: l’ubbidienza a quel forno interiore è un obbligo perché il rischio è di esserne sopraffatti e divorati, e creare è l’unico modo per tentare di dominarlo. Anche se non è sempre efficace quel tentativo di dominio creativo, e qui penso ai tanti artisti che si sono suicidati…



Quando hai iniziato a vederti come tale? 
 
Ero bambina, frequentavo le classi elementari in una scuola romana negli anni sessanta. Avevo una maestra, (ci tengo a dire il suo nome: Maria Teresa Capotondi) che guardava sempre con grande meraviglia i miei disegni. Un giorno è corsa fuori dalla classe con un mio foglio in mano gridando nel corridoio e chiamando i colleghi “Un’artista! Venite a vedere è un’artista!”. Non era una persona di facili entusiasmi, difficilmente si lasciava andare a comportamenti così poco formali, è stata lei, con il suo amore e il suo entusiasmo a farmi capire che quello che facevo aveva un valore. Ero una bambina molto sofferente, arrabbiata, disadattata, quelle immagini erano la cosa più preziosa che avevo al mondo, che gli fosse riconosciuto un valore dall’esterno in un’età così precoce è stato fondamentale per me.
Nell’età adulta ho discusso molto dentro di me con la definizione di artista. Ho fatto fatica ad identificarmi con quel mondo e penso che il mercato dell’arte e le sue regole perverse hanno la responsabilità di aver avuto un ruolo molto distruttivo nei confronti dell’arte, ma nonostante tutto oggi sento di potermi definire un’artista.

Nei tuoi dipinti riscontri una certa influenza di altri artisti?


Riconosco l’influenza di tanti artisti, forse quelli che si rintracciano più facilmente sono Kandinsky, Mirò, Cy Twombly, Hans Hartung,  Jackson Pollok…..
Forse non è facile trovare queste influenze nei quadri che ho pubblicato sul blog, sono solo una parte del mio lavoro e li ho scelti perché sono le uniche foto che ho scattate da un professionista (fare foto a lavori così pieni di colori come i miei non è cosa da profani). 


 Esiste nella tua pittura un filo conduttore?


Credo che i fili conduttori siano tanti, e credo anche di non saperli riconoscere tutti. Una continuità sul piano formale da una trentina di anni a oggi (cioè da quando ho iniziato a lavorare in forma astratta, avevo forse 16 o 17 anni) sta nel tentativo di creare una relazione che sia dialogo compiuto tra le forme e i colori e che spesso si realizza solo dopo una dura lotta. Forse solo adesso mentre scrivo comprendo meglio quelle mie battaglie con il senso di quel dialogo tra le forme, che sempre emerge tra i segni che traccio lasciandomi guidare solo dal gesto e dall’intuito dei sensi. Relazione o dialogo che a volte mentre lavoro sento di afferrare solo per un attimo, e che subito dopo sento sfuggirmi tra le mani, e allora continuo a tracciare segni e forme come nuotando nel nulla, cercando di riacciuffarli dal buio, fino al momento in cui trovo un equilibrio per me soddisfacente nello spazio tra i segni, il colore, il movimento e il vuoto. Un’altra cosa che crea un filo conduttore è che fin da bambina usavo molto raramente la gomma da cancellare, e da diversi anni cancellare è una cosa che non prendo mai in considerazione. Piuttosto taglio, incollo, poi ritaglio ancora, lottando con un’inquietudine e un tormento che conosco bene di me stessa, a volte consumo tutte le mie energie nel tentativo di dare una forma compiuta all’immagine, ma non cancello mai e molto raramente alla fine butto via un lavoro.  Altre volte invece quel rapporto tra le forme nello spazio si realizza subito, in un attimo, e credo che tutto dipenda dallo stato d’animo del momento, dal grado di pace o tormento interiori, ed è stato così da sempre.

Il tuo “nomadismo”, che mi pare sia più uno stato dello spirito che una condizione fisica, trova spazio nelle tue opere?

Il mio nomadismo non è solo una condizione spirituale, ma anche reale, fisica. Il non avere radicamento in un luogo stabile al quale fare riferimento, l’essere cresciuta e vissuta in ambienti e culture diverse ha avuto inevitabilmente una grande influenza sulla mia formazione dell’identità e del pensiero. Ma, come ho già detto, il mio lavoro come artista non scaturisce da qualcosa di razionale. Forse il mio “nomadismo” si trasmette sul foglio attraverso il gesto? Che è sempre diretto e mai filtrato da un pensiero specifico, e che lascia nelle immagini una traccia di una mia percezione profonda dell’esistenza, che è percezione fisica e dell’anima. Credo che il mio radicamento impossibile, la mia inquietudine e il mio bisogno di spostarmi siano rintracciabili soprattutto nel fatto che nelle mie immagini ci sono raramente forme che stanno ferme, tutto, o quasi, è in movimento, c’è sempre una sorta di vento che rende tutto mobile, e forse gli spazi più “fermi” alla fine sono quelli che restano bianchi.

Sono distinguibili, nella tua pittura, momenti, periodi diversi per stile e per esecuzione, differenziati nel cammino della tua vita di Donna e di artista?

Quei momenti diversi per stile ed esecuzione non sono differenziati dal mio cammino come persona.
Nella vita di ognuno di noi ci sono momenti di passaggio, periodi in cui siamo focalizzati su aspetti diversi dell’esistenza, e poi ci sono incontri che spesso sono momenti chiave della nostra vita. Per me ad esempio lo sono stati l’incontro con la Bosnia, la mia formazione come terapeuta, l’incontro con i pittori russi miei contemporanei (e in alcuni casi anche miei buoni amici) e con San Pietroburgo, dove ho vissuto e lavorato per un breve ma importante periodo. I cambiamenti nel mio lavoro sono lo specchio del mio percorso di vita e dei processi di trasformazione interiore come donna.

Postato da: feritinvisibili a 22:10 | link | commenti (13)
a proposito di arte

A proposito di pittura

 Senza titolo

Un amico mi ha scritto:

Si può chiedere ad un artista di “spiegare” la propria opera?

Un amico in gamba, perché la domanda è posta in modo intelligente, penso che quel “si può chiedere” sia fondamentale. Si dice che l’artista non è il miglior interprete della propria opera, e forse è vero. Però penso che l’artista deve parlare del proprio lavoro, perché parlarne significa assumersi la responsabilità di quello che fa, ma non è detto che ciò che dice l’artista sia davvero chiarificatore circa gli interrogativi che nascono negli osservatori, forse a volte apre solo dubbi ancora più grandi…

Io penso che il problema è che non siamo stati educati a “guardare” senza il filtro dell’estetica classica, di origine greca per dirla in breve. Non sappiamo osservare ascoltando quello che ci comunicano emotivamente le forme, i colori, i segni, la luce, a mettere semplicemente in comunicazione gli occhi e l’anima senza giudizi legati a strutture mentali. L’arte astratta ci costringe a perdere i riferimenti estetici comunemente condivisi, e senza quelli a volte ci sentiamo persi...

 

Il primo ostacolo al fatto di spiegare è che mentre dipingo non so mai quello che faccio, e spesso neanche dopo… Voglio dire che mentre dipingo il pensiero razionale non ha un ruolo predominante e la cosa che rende significativa per me quell’esperienza è la complicità che in quei momenti si crea tra il corpo, lo stato emotivo, l’anima e il pensiero. È una cooperazione tra pari quella che produce le forme sulla tela, all’unisono, in cui è il corpo casomai ad avere un ruolo fondamentale: sta alle mani, agli occhi e al gesto il compito della sintesi delle percezioni emotive, dei sensi e dell’anima. Per me la pittura è prima di tutto un’azione del corpo ed ha una carica sensuale fondamentale.

È una sorta di bisogno fisiologico, una forma di “espulsione”, in poche parole non posso farne a meno, mi è indispensabile così come mangiare e andare in bagno, è stato così fin da bambina. È una forma di piacere che non può essere paragonata a nessun’altra. Non voglio dire che è migliore di altre forme di piacere, ma che è diversa… ha qualcosa in più.

Anche a se spesso disegno o dipingo in modo più o meno realistico, è la pittura astratta quella che preferisco perchè mi permette una forma di libertà sulla quale poteri scrivere a lungo, troppo a lungo per un post..   

Forse per me dipingere è l’unico modo per dare forma al mio sentire e di conoscerlo io stessa, ed è vero che gli artisti sono dei tormentati e dei visionari, o almeno io a questo punto della mia vita so con certezza di esserlo, e lo sono pure tutti gli artisti che conosco.

Spesso i miei lavori non hanno titoli perché li sento riduttivi, o forse la mia è solo mancanza di coraggio, in ogni caso a volte resto molto sorpresa da quello che gli altri mi raccontano di sentire/vedere nei miei quadri, e attraverso ciò che gli altri mi raccontano conosco cose che da sola non avrei mai potuto scoprire, e che erano lì in qualcosa che ho creato io... Credo che la ricchezza dell’arte, di ogni forma d'arte, stia nel potere di rivelare i segreti dell’animo umano senza violarli, di parlare la lingua dell’anima ad ognuno di noi secondo se stesso.

 

Non credo di aver esaurito l’argomento, ci sarebbe ancora molto da dire…. Ma forse sarebbe più interessante se io rispondessi a delle domande, quindi chi volesse farmene è benvenuto.
Anzi benvenutissimo, si può dire?

città, notte, segreti

Le immagini di questo post e di quelli precedenti sono miei lavori (escludendo quelle dei post che riguardano il lavoro con i bambini in Bosnia)
Le foto sono di un fotografo professionista: Massimo Agus

Postato da: feritinvisibili a 10:14 | link | commenti (20)
a proposito di arte

sabato, 10 ottobre 2009
ALZUT/AKEJIR RIJEKA/TUZLA

 TUZLA RIJEKA IN BUS

Ancora in autobus, parto la mattina presto da Tuzla: vado in Italia. Dovrò cambiare diversi mezzi di trasporto per arrivare a Trieste/Trst. Domani, quando arriverò, mi aspetta una giornata di lavoro di supervisione con una psicoanalista di origine argentina che stimo moltissimo e che mi accoglie sempre come una persona di famiglia. Uno sguardo esterno prezioso il suo, sensibile, umile, pieno di esperienza. La supervisione è cosa indispensabile per un terapeuta, specie se lavora con i traumi come nel mio caso.
L’ autobus da Tuzla  arriva fino a Rieka, in Croazia. Un tragitto di un’intera giornata che attraversa un pezzo d’Europa: le montagne bosniache, le pianure croate e ancora una volta montagne, istriane questa volta, e poi giù, scendendo tornanti ripidi fino al mare.

Tuzla è nel cuore della Bosnia Herzegovina, il nome viene dalla parola turca tuz: sale in italiano. I primi insediamenti umani sono nati dalle estrazioni di sale al tempo della dominazione romana. Milioni di anni fa lì dove adesso sorge la città c’era il mare, sale profondo quello di Tuzla, che per essere estratto necessita di scavi. Sotto il dominio ottomano gli scavi di sale hanno reso Tuzla ricca e famosa. Era una delle più belle città dei Balcani fino alla seconda metà dell’ottocento, quando ha iniziato a sprofondare nello stesso sale che l’aveva resa ricca e fiorente. La parte più antica della città è stata abbattuta e ricostruita dopo un grande lavoro di rinforzo del terreno, e della vecchia e bellissima Tuzla ottomana restano solo poche incisioni d’epoca.
Il terreno paludoso sopra il quale era stata costruita è talmente cedevole che un geologo americano quando ha scoperto lo sprofondamento di Tuzla ha detto: “meraviglioso: un fenomeno di smottamento di questo grado non  lo avrei mai sperato” …. Come possono cambiare le cose se viste da prospettive diverse…
Rieka è sulla costa croata, in italiano vuol dire fiume, una volta era l’italiana Fiume. Trieste è a pochi chilometri da Rieka, Trst quando era Slovena.
Che strane contraddizioni: una città in mezzo alle montagne che si chiama “sale” e un’altra sul mare che si chiama “fiume”.
Origini come radici invisibili, insospettabili sotto le sembianze visibili all’apparenza. Riemergono sempre prima o poi dal profondo, a volte con una forza tale da stravolgere tutto quello che avevamo dato per scontato e creduto come riferimento dell’identità.

Mi domando quale dei due sensi di marcia, se verso Rijeka-Trieste o verso Tuzla, significhi per me “tornare”. Domanda stupida, la risposta è: nessuno dei due ed entrambi. In fondo in questo periodo della mia vita  il momento del transito, sul sedile dell’autobus, è l’unico durante il quale percepisco un grado accettabile di stabilità fisica. Non le ho le radici, in nessun luogo. Per quanto abbia tentato più volte di convincermi a radicarmi in un posto non c’è niente da fare.
O meglio, le ho anch’io “le radici”, mica sono un marziano, ma in buona parte sono diventate retrattili, trasportabili, da valigia. E vivendo praticamente tutta la vita continuando a spostarmi ho sentito come in molti luoghi distanti tra loro trovo risonanze dell’anima che mi fanno sentire a “casa”. A San Pietroburbo, tra le querce da sughero in Sardegna, a Palermo, a Sarajevo… molti i luoghi dove percepisco nelle atmosfere sorgenti profonde con le quali sento familiarità, senso di appartenenza. Sono convinta che ognuno di noi ha le sue in giro per il mondo, basta muoversi senza cercarle per riconoscerle.


Guardo dal finestrino del bus la terra che fugge, le strade e le case che ancora sudano disperazione. Penso a quanti profughi in fuga hanno percorso prima di me questa stessa rotta tra Tuzla e Rieka, gente che aveva perso tutto quello che rende significativa e stabile l’esistenza e il senso dell’identità.
Forse in parte li posso capire.
Percorro con gli occhi i rami degli alberi, la superficie della terra, le forme e i colori vibrano e mi parlano. Con gli occhi catturo le luci e le penombre nei volti dei miei compagni di viaggio, sento il rumore del groviglio di pensieri che li attraversano, vedo le pietre nere e pesanti in fondo ai loro cuori, e a volte lo sguardo aperto, la schiena dritta, la forza e la dignità in gente che ha visto di tutto, ma non ha perso l’amore e la lucidità di, almeno provare, a distinguere il vero dal falso, il bene dal male. Un gruppo di giovani seduti dietro di me vanno a Rieka per lavorare sulle navi che sostano nel porto, parlano e ridono tra loro in tono composto e mai invadente.
Guardando e ascoltando i giovani da queste parti sembra che la guerra li abbia ripuliti di tutto, costretti all’essenziale, ha portato via con se quelle sembianze di stabilità e solidità che noi umani rincorriamo con tanta tenacia. Loro qui ricominciano da zero, con le icone del benessere economico e del successo sociale come vestiti da indossare per coprire la vergogna di essere nudi di fronte al mondo.

Pochi chilometri lontano da Tuzla la terra è lacera, grandi masse scure rivoltate a pancia in su sembrano esplose dall’interno, chilometri di campi incolti, sullo sfondo un lungo groviglio di cespugli in apparenza secchi e grigi. Li accarezzo con gli occhi e intravedo un bagliore rosso sull’orlo dei rami più sottili percorrere tutta la parte più tenera. Gemme della rinascita, piccole luci rosse di vita.
Lo splendore in ogni cosa vivente.
Ho imparato qui in Bosnia ad averne cura, a riconoscerlo sempre, in tutto e in tutti gli umani, a non smettere di continuare a vederlo anche lì dove il disgusto mi spinge a voltare lo sguardo altrove. Avere cura di quel filo sottile di luce che sempre, fedele, fende le tenebre e non muore mai fino a che siamo vivi. La custodia dello Splendore, me lo hanno insegnato i bambini di Bosnia.

Postato da: feritinvisibili a 12:22 | link | commenti (25)

giovedì, 08 ottobre 2009
Musica: "M.O.U.T" from A Sense of Place, di Wim Mertens - Pittura: Trittico, di Hannah Scaramella

Trittico grande 1Trittico grande 2Trittico Grande 3

Postato da: feritinvisibili a 12:33 | link | commenti (15)